ARTE SCIENZA PROGETTO COLORE " Sara Campese Ben Ormese"

Museo di Santa Caterina - Piazzetta Botter n. 1 - , Studio d'Arte GR

14 novembre 13 febbraio, 2011 - mostra

MostraCampa-Orme 

ARTE SCIENZA PROGETTO COLORE

SARA CAMPESAN   BEN ORMENESE

Mostra del Museo Civico di Santa Caterina
(ala Foffano: piano terreno e primo piano)
Treviso, Piazzetta Mario Botter


  VERNICE STAMPA

  Venerdì 12 novembre ore 12
  Museo di S. Caterina, Treviso

 

  INAUGURAZIONE DELLA MOSTRA

  Sabato 13 novembre, ore 18.00 


saluto di VITTORIO ZANINI, Assessore alla Cultura del Comune di Treviso
e di EMILIO LIPPI, Direttore delle Biblioteche e dei Musei Civici di Treviso
a seguire brevi interventi
dei curatori, ELSA DEZUANNI e GIOVANNI GRANZOTTO,
del coordinatore del progetto mostre ENNIO POUCHARD
e degli Artisti

 

APERTURA AL PUBBLICO

Da domenica 14 novembre 2010 a domenica 13 febbraio 2011

La mostra è il terzo evento del ciclo biennale sul tema unico dell'Arte programmata e cinetica in ambito veneto, previsto dal programma a lunga scadenza di esposizioni d'arte contemporanea del Museo di Santa Caterina a Treviso e avviato nel novembre del 2006 con la serie biennali di esposizioni intitolate Spazialismi a confronto, dedicate al Movimento Spaziale a Venezia.
I due artisti presenti, Sara Campesan e Ben Ormenese, hanno impostato inizialmente le loro ricerche in pittura sulle possibili innovazioni in fatto di colore e materia del dipinto - su piani differenti, ma altrettanto originali - orientandole però, nei primi anni Sessanta, verso indagini sulle vocazioni espressive di materie radicalmente diverse e per entrambi di impiego non tradizionale nella produzione artistica: per Sara Campesan principalmente il metacrilato (in lastre e in fogli di perspex), trasparente o colorato a mano; per Ben Ormenese il legno, la carta, ma anche, come accessorio strutturale, il perspex e il ferro. A ciò si è aggiunta per loro la prassi comune di progettare e realizzare gruppi di opere tipologicamente omologhe, dotate di due qualità tipiche dell'arte programmata, e più specificamente cinetica, come la mutevolezza percettiva e la capacità di stimolare reazioni psicologico-comportamentali da parte del fruitore.
Alla pianificazione e alla realizzazione di questa seconda serie di esposizioni, curata - come tutte le precedenti - da Elsa Dezuanni, storica dell'arte, e da Giovanni Granzotto, critico d'arte, collabora lo Studio d'Arte GR di Sacile (Pordenone), con il coordinamento del critico d'arte Ennio Pouchard e l'indispensabile sponsorizzazione da parte del Gruppo Euromobil, delle Assicurazioni Generali/Agenzia Generale di Treviso, dell'Editore GMV Libri.

·••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••


 PREMESSA
Il titolo Arte Scienza Progetto Colore, comune a tutte e quattro le mostre di questo ciclo biennale, è stato scelto perché tutti gli artisti coinvolti, pur seguendo tendenze individuali e anche sensibilmente diverse, impostano il loro lavoro su basi scientifiche - che vanno dalla fisica in genere, e dall'ottica in particolare, alle teorie del colore e della percezione, alla psicologia - e sulla rinuncia a un tipo di creatività romanticamente dipendente dall'impulso, dallo stato di grazia, dall'istinto. Nelle loro opere, quindi, è riconoscibile il presupposto di una progettualità basata su processi cognitivi eminentemente mentali e guidata da poetiche in continua evoluzione.
Ogni singola rassegna della serie, quindi, presenta esclusivamente opere selezionate nella parte del corpus degli autori che esprime la loro coerente applicazione dei principi suelencati, essendo escluse quelle appartenenti a periodi preparatori o comunque diversamente impegnati.

LA MOSTRA

Le opere esposte - una settantina - partono dal 1961 per Sara Campesan e dal 1967 per Ben Ormenese, distribuendosi in due distinte panoramiche, nelle quali trovano pure evidenza periodi di totali interruzioni, in seguito a radicali mutamenti tipologici delle scelte operative, o a fatti cui fanno riferimento le biografie. I rispettivi punti di arrivo, che concludono la mostra, coincidono con le fasi attuali degli artisti, tuttora impegnati in una ricerca che dimostra chiarezza e vigore da parte di entrambi.

GLI ARTISTI


Sara Campesan
Nasce a Venezia-Mestre nel 1924. Si diploma all'Accademia di Venezia con Bruno Saetti e inizia l'attività artistica nel 1950, con opere contraddistinte da un netto allontanamento dalla figurazione, che nei dieci anni successivi si qualificano per una piena maturità di ricerca nei rapporti tra colore e materia. Nel 1962, a Milano, conosce Bruno Munari con il quale stabilisce un duraturo rapporto, partecipando in seguito all'attività produttiva del Centro operativo Sincron di Brescia, coordinato dallo stesso Munari che cura varie mostre dedicate all'oggetto artistico realizzato in più esemplari. Nel 1965 fa parte di Dialettica delle tendenze, gruppo di giovani artisti veneziani che organizza mostre itineranti in Italia. L'anno dopo aderisce a Set di Numero, il cui punto di riferimento è la Galleria Numero di Firenze, Venezia, Roma, Milano. Si sposta a Roma, stringendo contatti di lavoro dal '69 al '73. Crea strutture ottico-dinamiche, basate sulla interazione colore-luce-movimento. Nascono composizioni, in cui le forme prevalenti sono il cerchio e la spirale, concepite per produrre effetti ottici di movimento, analoghi a quelli tipici delle sperimentazioni dell'arte cinetica. Segue la serie delle Composizioni modulari, collage serigrafici in cui una disposizione programmata dei moduli crea impressioni di movimenti ondulatori o rotatori. In parallelo nascono le Sculture girevoli da cui sono derivati gli Oggetti semisferici: calotte di perspex in cui ruotano, su un asse metallico fissato diametralmente, lamelle di plastica colorata. Nel '78 fonda a Mestre Verifica 8 1, centro di documentazione e informazione, dove per trent'anni vengono tenute mostre di artisti impegnati nella ricerca di nuovi linguaggi. Comincia allora un nuovo percorso, con la frammentazione del modulo nelle vibranti Scomposizioni, dove, nel pieno spirito progettuale dell'arte programmata, le linee spezzate si offrono alla partecipazione attiva dell'osservatore per ricomporre la totalità dell'immagine. Da qui le Rotazioni - produzione protratta fino agli anni Novanta - in cui le singole parti si combinano in vortici centrifughi. Nel 1971 si inseriscono i racconti grafico ottico-dinamici dei libri oggetto, tra i quali, nel 1987, pubblica Virginia Woolf, un itinerario (bio)grafico, con cui culmina il suo impegno sulle problematiche della donna rispetto all'arte e alla vita. Continua intanto l'intensa attività espositiva. Nel 2010 esce l'autobiografia Come un diario. Io ho provato. Vive a Venezia-Mestre e ha lo studio a Venezia.

Ben Ormenese
Nasce a Prata di Pordenone nel 1930. Si avvia verso gli studi di architettura, che però interrompe per dedicarsi alla pittura, e si trasferisce a Milano. Lì passa da esperienze di impostazione espressionista e simbolista a sperimentazioni di colore-luce, con interventi sulla materia pittorica mirati a ottenere paste traslucide di alto spessore, dove zone d'ombra si alternano ad altre di singolare brillantezza cromatica. Ma nel '64 le inquietudini creative che caratterizzeranno tutta la sua vita lo spingono ad abbandonare la pittura, per applicarsi a ricerche su legno e carta: produrrà nell'annata successiva opere definite LAM (dalle parti "lamellari" che le formano), in cui le successioni di luce-ombra producono effetti di moto apparente tipici dell'arte cinetica. Con lavori di questo ciclo e altri derivati da successive sperimentazioni su legno si presenta in gallerie milanesi famose per le loro posizioni avanzate: la Vismara, la Falchi (che gli organizza personali in varie sedi, fino alla Royal Academy di Londra, nel 1978) e la Blu. Sono inizialmente rigorose geometrie e coloriture timbriche essenziali, con preminenza di nero e rosso, poi, nel tempo, prima gli insiemi, sempre geometrici, colorati con bruciatura, quindi quelli lasciati al naturale e fatti di moduli incastrati. Nel 1978 si apre una parentesi difficile nella sua vita, che lo vede distruggere gran parte delle creazioni via via accumulate, ritirarsi nella sua terra natia, a Sacile, da cui non si separerà più, e iniziare un ventennio di scultura: virtuosistica nella forma e nelle lievità che riesce dare al legno. Produce le Torri Struttura che raccolgono la proposta di derivazione cinetica del modulo, ma stravolgendola sul piano esecutivo e dei materiali. Seguono i Totem, svettanti composizioni geometriche fatte di pieni e vuoti il cui dinamismo è in rapporto al variare della luce. Riprende nel 1998 la ricerca iniziale e l'attività espositiva con un'antologica alla Galleria PoliArt di Bologna, in collaborazione con la Paolo Nanni, e poi con lo Studio GR di Sacile, che lo inserisce in mostre dedicate all'Arte cinetica internazionale, in sedi museali come l'Ermitage di San Pietroburgo. I lavori che lo rappresentano sono strutture-quadro portanti un insieme elaboratissimo di famiglie di curve coerenti, che determinano con i loro incroci campi aperti al colore: ancora neri, rossi, gialli, ma pure scale di blu, sempre compatti, sempre pieni. I titoli ricorrenti sono Fluttuazioni, Variazioni, Levitazioni, Studi Cromatici, Teatrini, Teatrini musicali.

·••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••


DEFINIZIONI RELATIVE AI TEMI TRATTATI

Arte cinetica
L'arte detta cinetica dal greco kínesis, che significa movimento, è così definita perché in ogni sua opera esiste sia una parte mobile nella realtà fisica (con meccanismi azionati da componenti elettromeccaniche o per interventi esterni, anche - per esempio - di correnti d'aria), sia un insieme di accorgimenti costruttivi che producono l'illusione del moto in un osservatore che, mentre le guarda, si sposta rispetto ad esse. In tal caso il moto è solo apparente, ed è definito virtuale. Nell'ambito dell'arte cinetica, tuttavia, sono inclusi anche lavori statici e privi di attitudini al moto virtuale, che però presentano sensazioni ottiche d'instabilità dovute a deformazioni di strutture geometriche e sono più precisamente inseribili nel campo della Optical art.
Sviluppatasi verso la fine degli anni Cinquanta, l'Arte cinetica ha inizialmente le caratteristiche programmatiche di:
1) favorire un rapporto reciproco e integrativo con il fruitore;
2) agire in controtendenza rispetto al mercato dell'arte;
3) amalgamarsi con altre forme creative, dalla musica all'architettura, dalla poesia al cinematografo.
 
Arte programmata
La caratteristica tecnica comune agli operatori artistici - come essi, tutti giovani tra i venti e i venticinque anni, scelsero di definirsi - dal cui ambito è fiorita l'arte cinetica è stata di produrre classi di opere in base a progetti, con metodi simili sotto vari aspetti a quelli dell'industria. Ciò indusse il noto designer, progettista e inventore Bruno Munari, nato una trentina d'anni prima di loro, a farli partecipare, in gruppo o singolarmente, alla sua mostra intitolata Arte programmata (maggio 1962, negozio Olivetti di Milano, e successivamente in altre sedi dell'azienda, compresa quella newyorkese), il cui sottotitolo era Arte cinetica. Opere moltiplicate. Opera aperta. Era la punta più avanzata del contemporaneo, per la quale circa trent'anni dopo, nel catalogo della mostra Arte Programmata e arte cinetica 1953/1963 (Milano, Palazzo Reale, 1983) apparve l'espressione L'ultima avanguardia.

Opera aperta
Il binomio Opera aperta, ripreso dal titolo dell'omonimo libro (in quei giorni appena uscito) dell'allora ventottenne semiologo Umberto Eco, era stato già proposto dall'autore nel 1958, in seno al XII Convegno Internazionale di Filosofia a Venezia. Nel libro la trattazione si soffermava su indagini inedite negli studi di estetica, in cui aleggiavano suggestioni tratte da Tommaso d'Aquino e James Joyce, o Aristotele e Luigi Pareyson, maestro di Eco. Tutto mirava a emancipare ogni forma d'arte - dalla pittura informale alla musica elettronica; e quindi anche l'arte programmata - da ogni legame sia con la tradizione (e il crocianesimo in prima fila), sia con influenze ideologiche hegelo-marxiane allora in voga, e in ispecie dal concetto di alienazione. Per l'artista dell'arte programmata ciò implicava la volontà di interagire con l'inconscio del fruitore, di creare in piena libertà di indefinitezza, aleatorietà e casualità, di dare la propria disponibilità alla produzione multipla, nonché a poetici "inquinamenti" con diverse espressioni dello spirito e della creatività, verso spazi mentali inesplorati.

L'artista ghestaltico
Nel periodo della fioritura di questi eventi era già affermata tra i cultori dell'arte la familiarità con la Psicologia della forma, una teoria scientifica (nell'originale Gestaltpsychologie) elaborata dallo psicologo ceco Max Wertheimer negli anni Venti del secolo scorso. In essa si trovavano le basi di un rigore che per artisti e critici era sentito come necessità irrinunciabile. Wertheimer, comunque, aveva elaborato un concetto apparso nel 1890 nel saggio Über Gestaltqualitäten (Sulle qualità ghestaltiche) del filosofo viennese Christian von Ehrenfels, le cui origini risalivano, a loro volta, a idee di Goethe e del fisico Ernst Mach. In Italia il termine, scritto "ghestaltica", diventò di uso corrente verso la fine degli anni Sessanta. Nel 1970 lo storico dell'arte Giulio Carlo Argan, in L'Arte moderna 1770-1970, chiarì l'importanza del problema della "formazione" (Gestaltung) dichiarandolo di livello non inferiore a quello della "forma" (Gestalt): per quanto riguarda l'arte programmata, ciò stabiliva un legame stretto tra processo e opera, legittimando quindi il fatto di considerare ghestaltici tutti gli artisti da ora presenti in Arte Scienza Progetto Colore.

·••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••


Info per la Stampa:
39 348 5563540

Informazioni per il pubblico
tel. 39 (0)422 544864

Orari:

9-12.30 e 14.30-18

chiuso il lunedì

e i giorni 8, 25 e 26 dicembre, 1 e  6 gennaio


Ingresso:
(con biglietto del Museo) interi € 3,00, ridotti € 2,00 e € 1,00
scarica invito (pdf)
 
scarica manifesto (pdf)
 

info@museicivicitreviso.it

www.museicivicitreviso.it

Vai alla ricerca